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A CUORE APERTO COI LETTORI – Il simbolo della città non è più il castello Monforte ma l’incultura

Riceviamo

Caro Dardo

è il simbolo della città di Campobasso ma sembra essere diventato la base per antenne, ripetitori, cavi e tralicci. Ieri mattina, ho portato degli amici di Torino in giro per la città e visita al Castello Monforte. Sono rimasti sbigottiti per la presenza di antenne, cavi su un monumento nazionale. Piacevolmente colpiti dal luogo e per il panorama. Pessimo colpo d’occhio per le antenne che sbucano da ogni dove e il cartello, posto in cima, di non restare molto tempo per pericolo di radiazioni. E’ questo un luogo da visitare? E’ questo un monumento nazionale? Credo che in nessuna parte d’Italia ci sia una situazione assommabile a questa. Con bulloni e staffe che passano le merlature per far mantenere le antenne. E fili che penzolano ovunque.

Che brutta cosa.

Cordialità

Mario De Santis

———

Era, signor De Santis. Era. Non l’è più. Il simbolo della città di Campobasso è l’incultura o, se vuole, la sottocultura che, però, pur essendo enunciazioni astratte, non mancano di esternarsi in manifestazioni esteriori che pendolano tra il trash e il popolaresco, in opere pubbliche arrovellate dal tempo e in interventi manomissori da codice penale, tra cui, infatti, primeggia l’insulto alla storia, al conte Cola di Monforte e, con l’infissione di antenne, ripetitori, cavi elettrici et similia, al  manufatto. La dignità storica del conte e le vicende  del castello sono notevoli. Si figuri, portano la firma di Benedetto Croce in “Vite di avventure di fede e di passione” ( Biblioteca Adelphi 208 – pag. 61). Avranno letto a Palazzo san Giorgio? Il castello, essendo un monumento nazionale dovrebbe essere salvaguardato dalle legge di tutela dei beni storici, ma evidentemente non è protetto da chi dovrebbe far rispettare la legge.  A Campobasso, per via della dimensione territoriale e demografica, le autorità (!) sono tra esse contigue, si conoscono, si frequentano, si ossequiano vicendevolmente e non  si disturbano. Può accadere (e accade) che chi dovrebbe tenere sotto osservazione i beni e le aree e urbane vincolate e protette, si distragga. Solo una vistosa distrazione infatti può essere alla base della pesante manomissione arrecata alle linee architettoniche del castello. E’ capitato a chi scrive di avere ospiti colti e sensibili in visita, capaci di apprezzare del borgo l’impianto urbanistico elogiandone la facilità della lettura, di percorrere  le strade e i vicoli, di salire e scendere le scalinate con piena soddisfazione della vista e delle conoscenze. La loro personale cortesia ha evitato a me, a differenza di lei, che si soffermassero sulle sconcezze che guastano l’unicità e l’uniformità del borgo e i monumenti che lo esaltano e lo connotano. Ma le sconcezze ci sono, sono vistose, condannano la città a tollerarle perché nessuno si perita di rimuoverle. Gli interessi che hanno mosso e determinato l’infissione delle antenne, dei ripetitori e dei cavi elettrici et similia sulle mura del castello evidentemente sovrastano l’interesse storico e architettonico del manufatto.  Ovvero, la sacralità della storia e della cultura è stata sottomessa alla utilità dei manomissori. Spirito del tempo! Se guardiamo attorno a noi con occhio critico e col il supporto della memoria per fare un parallelo tra passato e presente, e ciò che attualmente il presente  ci offre, abbiamo Campobasso devastata dal cemento, dalla mancanza di ordine nel traffico, nella mobilità, nella esplicazione dei servizi, nella vivibilità dei luoghi pubblici, devastata da una deleteria forma di qualunquismo speculativo nell’edilizia, nel commercio, nell’arredo urbano, ancorché privata della destinazione di centro direzionale e universitario. Chiunque, per qualsiasi motivazione o ragione può utilizzare la città per farne ciò che vuole: un fondale per una presunta street-art, un palcoscenico diurno e notturno per amenità, un terreno per sperimentazioni (come ti sostituisco l’erba dei prati e delle aiuole col pietrisco e le cortecce secche di pino) e, purtroppo, per deturpare impunemente  il castello e gli altri beni. Che brutta cosa.

Dardo

Di Giuseppe Saluppo

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