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4 novembre, quando le marcette non onorano i Caduti

di Giuseppe Saluppo

Ricordo anch’io cos’era la festa della Vittoria quand’ero bambino, le scolaresche portate ai monumenti e ai sacrari, e cosa è diventata dopo che ha smesso di essere chiamata Celebrazione della Vittoria. Non mancava la retorica in quelle commemorazioni, oggi la retorica non è finita, è solo di segno diverso ma pervade il pacifismo dei nostri anni. Esempio? A Campobasso, mi sono soffermato in piazza Prefettura preso dalla manifestazione in ricorrenza del 4 novembre. Giornata delle Forze armate sì ma, soprattutto, anniversario della Vittoria così come si voleva fino a qualche anno addietro. Nell’un caso come nell’altro, però, il venire meno del senso dello Stato, del rispetto verso i Caduti, dell’assenza di una memoria collettiva e condivisa sono stati ben rappresentati dalle marcette da festa paesana che la banda ha eseguito aprendo il corteo dalla Cattedrale fino al monumento ai Caduti. Da “FUOCHI ETNEI” a “ECHI PINDARICI” a “FASCINO ESOTICO”. Mancavano solo nocelline e il venditore dei Pulcinella in miniatura e la sagra sarebbe stata perfetta. E’ questa l’immagine dello Stato? E’ questo il senso di rispetto per quanti Caduti e per quanti sono tornati? E’ questo il sentimento di appartenenza ad una comunità? Quelle marcette da sagra paesana, purtroppo, rappresentano alla perfezione il senso di decadenza, di menefreghismo, di tarallucci e vino dell’Italia del momento. Altro che “Italietta giolittiana”. Per dirla con il Sommo poeta “non donna di provincia, ma bordello”. Eppure, tornando al ricordo del 4 novembre, la Grande Guerra ha realmente amalgamato, seppur tragicamente, italiani del nord e italiani del sud e li ha fatti sentire consorti, uniti, parte di uno stesso destino e di una stessa patria. Dobbiamo abituarci a leggere gli eventi della Prima Guerra Mondiale in una chiave inevitabilmente contraddittoria. Da un verso la Guerra fu vissuta come una maledizione, un obbligo crudele, che spezzava le vite e le famiglie costringendo artigiani, contadini e gente che non si era mai mossa di casa a combattere per una causa che spesso sentivano lontana, se non estranea. Dall’altra generava coesione, spirito di solidarietà, acutizzava il senso vivo dell’umanità, e in taluni accendeva lo spirito d’italianità, il patriottismo… La Grande Guerra fu l’una e l’altra cosa, sarebbe ipocrita o fazioso limitarsi a narrare solo uno dei due aspetti. Ecco perchè, il sacrificio di milioni di soldati, l’eroismo di alcune minoranze ardite, il martirio di popoli e di ignari fanti, meritano rispetto, onore, ricordo e appassionata riconoscenza. Onorare i combattenti non vuol dire amare la guerra. Per questo, avrei preferito ascoltare le cadenze musicali dei Corpi militari. Perchè su quelle note hanno marciato i nostri avi e, oggi, li avrebbero degnamente ricordati.

Di Giuseppe Saluppo

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